Tre giorni per interrogare la crisi dell’Occidente
Dal 13 al 15 marzo, a Piacenza, il Festival della Cultura della Libertà ha celebrato la sua decima edizione confermandosi come uno dei pochi appuntamenti italiani capaci di tenere insieme battaglia culturale, riflessione politica e confronto intellettuale senza scivolare nel vuoto cerimoniale. La sede è stata quella del PalabancaEventi, nel cuore della città, per una manifestazione intitolata a Corrado Sforza Fogliani e organizzata dall’Associazione culturale Luigi Einaudi in collaborazione con Confedilizia, Banca di Piacenza, European Students for Liberty, Associazione dei Liberali Piacentini e Istituto Liberale. La direzione scientifica è stata affidata, anche quest’anno, a Carlo Lottieri. Il tema scelto per questa decima edizione era di quelli che non consentono scorciatoie: Europa e America. I due volti della crisi occidentale.
L’anteprima di venerdì 13 marzo, dedicata alla presentazione del volume Occidente contro Occidente di Marco Bassani, con Luigi Curini, Michele Silenzi e Aldo Rocco Vitale, ha dato subito il tono dell’intera manifestazione: partire da un libro, anziché da una liturgia inaugurale, significava chiarire che il festival avrebbe chiesto attenzione, non applausi meccanici.
Sabato 14 marzo i lavori sono entrati nel vivo con i saluti istituzionali di Antonino Coppolino, Giuseppe Nenna e Giorgio Spaziani Testa. Da lì in poi, il festival ha sviluppato un percorso coerente e serrato. La prima sessione, dedicata ai rapporti fra Europa e Stati Uniti “tra alleanza e dissidi”, ha messo al centro una questione che oggi non può più essere elusa: il rapporto transatlantico non è più un automatismo storico, ma un campo di tensioni politiche, strategiche e culturali. Gli interventi di Daniele Capezzone, Dario Caroniti e Alessandro Vitale hanno mostrato come la frattura tra le due sponde dell’Occidente non sia soltanto diplomatica, ma investa l’idea stessa di libertà, di sovranità, di ordine politico.
La lectio magistralis di Andrea Venanzoni, dedicata all’America della tecnoscienza, ha poi spostato il fuoco sul terreno dell’innovazione e della potenza produttiva. Ed è stato uno dei passaggi più interessanti dell’intera manifestazione, perché ha imposto una domanda che in Europa si tende a eludere con una certa ostinazione: siamo ancora una civiltà capace di generare futuro o ci stiamo abituando al ruolo più modesto, e un po’ patetico, di osservatori regolamentari del futuro altrui? In altri termini: mentre l’America continua a produrre tecnologia, piattaforme, finanza, ricerca e potere, l’Europa appare sempre più spesso impegnata a redigere moduli, vincoli e cornici. Il che, come progetto di civiltà, non è esattamente travolgente.
Nel pomeriggio di sabato il confronto si è spostato sulle “due economie divergenti”, con Roberto Brazzale, Pierluigi Magnaschi e Paola Tommasi. Qui il punto è emerso con chiarezza quasi brutale: il divario fra Europa e Stati Uniti non riguarda solo la crescita, ma la struttura del dinamismo economico, la capacità di assumere rischio, di attrarre capitale, di innovare e di trasformare l’innovazione in forza sistemica. Dai resoconti della giornata è emersa una tesi netta: l’America, pur con tutte le sue contraddizioni, continua a prevalere su finanza e tecnologia; l’Europa, invece, paga il prezzo della sua frammentazione e di un modello politico che troppo spesso confonde la protezione con l’immobilismo.
La terza sessione del sabato, dedicata alla libertà di parola in Occidente, con Eugenio Capozzi, Dario Fertilio e Aurelio Mustacciuoli, ha toccato un nervo scoperto del nostro tempo. Qui il festival ha centrato uno dei temi più delicati: il restringimento progressivo dello spazio del dissenso, l’affermarsi di conformismi ideologici, la tendenza a trasformare il dibattito pubblico in un perimetro sorvegliato, nel quale l’eterodossia viene tollerata solo a condizione che resti innocua. A seguire, la lectio magistralis di Andrea Favaro sulla solidarietà ha completato il quadro con un’altra operazione utile: sottrarre una parola nobile al sentimentalismo e restituirla alla verifica critica.
Domenica 15 marzo il festival ha ripreso il filo affrontando anzitutto “La tradizione della libertà tra Europa e America”, con Raimondo Cubeddu, Lorenzo Maggi, Roberta Modugno e Diana Thermes. Non si è trattato di un passaggio antiquario, ma di un ritorno alle radici per capire se l’Occidente conservi ancora una grammatica comune o se abbia ormai imboccato una strada di separazione non solo politica ma antropologica. Dopo aver discusso la crisi, bisognava infatti domandarsi che cosa resti della tradizione che ha reso possibile l’idea stessa di libertà moderna.
Subito dopo, la sessione su proprietà e diritto del lavoro in Europa e Stati Uniti, con Sergio Belardinelli, Vincenzo Nasini, Giovanni Sallusti e Sandro Scoppa, ha riportato la discussione sul terreno istituzionale concreto. Ed è stato un passaggio decisivo, perché quando si parla di proprietà e lavoro si parla dell’infrastruttura reale della libertà: di chi decide, di chi dispone, di chi rischia, di chi viene lasciato agire e di chi viene invece neutralizzato da una macchina normativa che pretende di governare tutto e finisce, come spesso accade, per soffocare ciò che non è in grado di creare.
Particolarmente significativo è stato poi il momento dedicato al ricordo di Dario Antiseri, scomparso nel 2026, affidato a Carlo Lottieri e Roberta Modugno. Non un semplice omaggio formale, ma il riconoscimento del ruolo avuto da Antiseri nel difendere, dentro il panorama culturale italiano, una tradizione liberale e razionalista spesso minoritaria e proprio per questo preziosa. In un festival dedicato alla libertà, il suo nome non appariva come un richiamo nostalgico, ma come una misura della statura intellettuale che oggi manca in molti luoghi dove invece abbonda il commento rapido, spesso convinto che pensare equivalga a postare.
Nel segmento conclusivo della manifestazione si è discusso di protezionismo europeo e statunitense con Dario Ciccarelli, Guglielmo Piombini e Luca Vassallo, e poi di educazione con Anna Monia Alfieri, Gabriele Marmonti e Matteo Piazza. Due temi solo in apparenza separati. In realtà, una civiltà si lascia comprendere bene da come commercia e da come educa. Il protezionismo rivela il rapporto con il mercato, con la concorrenza, con la paura del rischio; la scuola e l’università rivelano invece che idea di uomo e di società quella civiltà intenda trasmettere. Da questo punto di vista, il festival ha avuto il merito di non chiudersi nella disputa politica più immediata, ma di tenere insieme economia, cultura, diritto, tecnologia e formazione.
Il bilancio finale è stato largamente positivo. Carlo Lottieri, nelle considerazioni conclusive, ha già annunciato il tema dell’undicesima edizione del 2027: Le sfide dell’innovazione. È una scelta che dice molto anche sulla riuscita di questa decima edizione. Significa che il Festival della Cultura della Libertà non vuole essere una celebrazione identitaria che si ripete per inerzia, ma un laboratorio di lettura del presente. E in un’Italia dove la cultura è spesso costretta a scegliere tra il salotto e la propaganda, non è poco.
A Piacenza, insomma, non si è svolto soltanto un convegno ben organizzato. Si è visto qualcosa di più raro: un tentativo serio di interrogare la crisi dell’Occidente senza rifugiarsi né nell’autocompiacimento europeo né nella caricatura dell’America. Il festival ha mostrato che esiste ancora uno spazio per una riflessione culturale capace di tenere insieme libertà, responsabilità, proprietà, innovazione e tradizione. In tempi nei quali molti eventi si limitano a riempire un calendario, non è un dettaglio.